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15 aprile, 2009

Nuove scelte industriali: valorizzare gli IPRs

Perchè è importante, soprattutto per i paesi avanzati, tutelare al massimo i propri IPRs (acronimo che indica i diritti di proprietà industriale)? In tempi di crisi è necessario che le società occidentali tutelino al massimo la propria ricerca scientifica e i propri sforzi di marketing se non vogliono rimanere sulla crescita zero. In una economia aperta i paesi con un reddito basso crescono piu velocemente di quelli con un reddito piu alto, fino a convergere verso l'unico steady state: la crescita zero (catching-up effect). La componente esogena che ci permette di avanzare e quindi di progredire, è il progresso tecnologico. Questo è tanto piu importante per i paesi avanzati in quanto la loro crescita è trainata essenzialmente dalla forza dell'innovazione, mentre per i paesi emergenti (con un GDP pro capite piu basso) la crescita viene generata soprattutto dall'imitazione. In assenza dell'esclusiva brevettuale, non ci sarebbe incentivo ad investire ingenti capitali in R&D, in quanto le tecnologie verrebbero subito imitate dai paesi "poveri" (che oggi sono le tigri asiatiche, ma ieri erano l'Europa e il Giappone) perdendo il vantaggio competitivo generato da tali investimenti. Valorizzare il proprio portafogli brevettuale e tutelare le fasi della ricerca e del know-how, puo costituire un valido strumento di strategia competitiva nei confronti dei concorrenti dotati di una piu scarsa dotazione di capitale (ma anche di un minor costo del lavoro per unità di prodotto). Lo stesso accade per i marchi e per il design. La crisi non fa che aggravare lo scenario e velocizzare le poco incoraggianti tendenze dell'economia globale. Saremo in grado di restare sul mercato?

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22 gennaio, 2009

La globalizzazione dello Stato

Pochi mettono in dubbio che il nuovo Piano Obama possa generare effetti positivi. Nonostante le ripercussioni sull'economia reale e sull'occupazione richiedano tempo per essere visibili, i mercati con tutta probabilità sconteranno in anticipo l' Effetto Obama che non ha eguali nella storia: 825 miliardi di dollari contro i 4,9 miliardi (75 ai prezzi attuali) del Piano Roosvelt in pieno New Deal. In media nei paesi OCSE, la quota dello Stato nell'economia è passata dal 10-20% degli anni '30 al 50-60% di oggi. I dati mostrano quindi una tendenza globale ad un incremento della quota dello Stato nelle economie nazionali senza precedenti. Molti ritengono che con l'avanzare della globalizzazione lo Stato debba fare marcia indietro per lasciare spazio alle sinergie positive di integrazione delle economie private, ma i fatti dicono l'opposto. La recente crisi ha fornito una straordinaria possibilità per le strutture pubbliche per incrementare la propria quota con la scusa degli aiuti, quando sarebbe bastato regolamentare in anticipo i mercati per evitare il peggio. Contrariamente a quanto si pensa, dunque, l'avanzata della globalizzazione comporta l'avanzata della proprietà pubblica. E' un dato di fatto. La statalizzazione delle banche è cronaca quotidiana. In assenza della crisi, difficilmente i governi (soprattutto negli USA) avrebbero potuto nazionalizzare così tanto senza ripercussioni nell'opinione pubblica; ora invece le nazionalizzazioni sono viste di buon occhio dalla comunità internazionale (grazie ai risvolti positivi sull'occupazione), come ultima ancora di salvataggio dalle derive della globalizzazione senza regole. Quello che dobbiamo chiederci è : preferiamo una globalizzazione regolata da autorità pubbliche (anche sovranazionali), una globalizzazione dello Stato o una statalizzazione globale?

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